Simona Weller
 
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Antologia Critica

Indice   - Angelo Capasso - 1995
- Filiberto Menna - 1968   - Massimo Bignardi - 2000
- Marcello Venturoli - 1969   - Sandro Barbagallo - 2001
- Enrico Crispolti - 1972   - Maria Teresa Benedetti - 2003
- Federica Di Castro - 1972   - Paolo Alei - 2005
- Cesare Vivaldi - 1974   - Sandro Barbagallo - 2005
- Marisa Volpi Orlandini - 1976   - Alberto Veca - 2005
- Luigi Lambertini - 1977   - Fabio Benzi - 2006
- Marisa Vescovo - 1978   - Claudio Strinati - 2007
- Elverio Maurizi - 1980   - Luciano Marziano - 2007
- Bruno Lorenzelli - 1981   - Paolo Portoghesi - 2008
- Enrico Cocuccioni - 1983   Poesie per Simona Weller
- Barbara Tosi - 1983   - Cesare Vivaldi - 1970
- Palma Bucarelli - 1984   - Cesare Vivaldi - 1971
- Paola Levi Montalcini - 1985   - Murilo Mendes - 1973
- Nanda Vigo - 1985   - Cesare Vivaldi - 1974
- Lorenza Trucchi - 1988   - Adriano Spatola - 1980
- Antonella Anedda - 1989   - Elio Pecora - 1989
- Mario Ursino - 1991   - Ariodante Marianni - 1996









Filippo Menna - 1968

Conversando con Simona Weller

F.M. - Vorrei dire, anzi tutto, che tra le tue opere recenti e quelle di alcuni anni addietro esiste una fortissima continuità di temi e di linguaggio. I temi sono ricorrenti e questo mi fa pensare che tu tragga ispirazione da un contesto ambientale ben definito.
S.W. - Sì, certo. Infatti ritengo che proprio la mia vita in un ambiente naturale com'è la campagna, dove vivo e lavoro, ispira e, perché no, condiziona tutto quello che faccio, tanto che mi è istintivo esprimermi con un linguaggio aderente al ciclo biologico come posso osservarlo in campagna: gli animali che lottano e si divorano per sopravvivere, oppure come si amano, come muoiono… Questo mio controllare la natura mi dà poi anche un senso di aderenza alla realtà, che, fatte le debite proporzioni, non è diversa da quella che si vive e si respira nel mondo.
F.M. - Ecco, vorrei allora che tu m'indicassi gli elementi della natura che più frequentemente fanno parte del tuo repertorio d'immagini.
S.W. - C'è stato un periodo in cui mi interessava un mondo pre-natale fatto di larve, radici, tuberi, semi che crescevano; poi, nei mesi seguenti questo mondo embrionale si è sviluppato… Adesso, ad esempio, quello che più mi ha colpito nel passaggio di stagione è stato il trovare, accanto alle prime foglie accartocciate, gusci vuoti di lumache e di granchi, le ninfe o spoglie vuote d'insetti, pelli di serpenti come cortecce trasparenti, o carcasse di rospi seccate dal sole e persino alcuni fiori in decomposizione che avresti detto animali…
F.M. - Sì, trovo perfettamente corrispondente, questa indicazione, alla realtà della tua opera, che io metterei sotto il segno della metamorfosi. Nelle tue cose tutte le immagini non sono mai determinate, mai fissate in una forma finita e discreta, ma si trasformano continuamente, acquistano forme sempre diverse, meglio direi che la tua opera vive sotto il segno del ciclo: copula, nascita, morte, rinascita e quindi al fondo di tutto questo c'è, secondo me, una mediazione culturale profonda, che ha radici lontane che definirei di natura alchemico-esoterica. Non solo violenza e morte ma nascita, un forte senso della ciclicità dell'esistenza.
S.W. - Perché non chiamarlo vitalismo? Questo sentire la vita così profondamente… Però non sono d'accordo quando tu parli di metamorfosi perché, secondo me, questa parola implica la trasformazione di una forma in un'altra forma, mentre la mia ricerca è orientata verso un'analisi delle forme che si modificano durante il loro ciclo vitale. Ammetto che c'è una tale differenza tra una cosa viva e la sua spoglia da dare effettivamente la sensazione di una trasformazione totale, come sarebbe appunto la metamorfosi. Vorrei ancora, e mi scuserai, fare un'obiezione per un'altra parola da te adoperata: "alchemico-esoterica", che implica un concetto per cui provo una certa diffidenza e che può darmi un'etichetta suggestiva quanto vuoi, ma in fondo restrittiva…
F.M. - Capisco e in parte condivido la diffidenza che tu hai per le etichette. È un po' una polemica ricorrente tra critici e artisti, i quali giustamente si rifiutano di essere ingabbiati in termini eccessivamente chiusi, eccessivamente finiti: ma d'altra parte vorrei dire (e questo è un discorso che ha un carattere più generale) che noi parliamo sempre per astrazione e schemi, non fosse altro che ogni termine è uno schema che cerca d'ingabbiare la realtà per parteciparla agli altri, per comunicare.
Quindi ogni termine non vuole avere mai un carattere definitivo. Ma vuole essere un'indicazione, un'arpionata per vedere se si riesce a cogliere questa cosa che stiamo cercando… Sono d'accordo con te che il termine metamorfosi non coglie perfettamente il senso della tua opera perché ciò che tu cerchi (parlavi di vitalismo e mi sembra giusto) è, piuttosto, di rendere una sorta di matrice organica, allo stato indifferenziato, da cui può nascere qualsiasi altra cosa. Per quanto riguarda, poi, il carattere esoterico-alchemico, mi sembra che tu non debba avere un'eccessiva diffidenza per un'indicazione del genere perché si tratta di una mediazione culturale tra te e la natura. Qualsiasi realtà del resto, non si guarda se non attraverso una mediazione di tipo culturale che ci rende uomini partecipi di una determinata epoca, di un determinato momento storico.
Questa radice alchemico-esoterica è una radice che è ben dentro alla cultura moderna da cui traggono origine le tue cose, voglio dire il filone che io chiamerei "organicistico", il filone che ha alimentato alcune poetiche del surrealismo, che da questo sono poi passate nell'ambito dell'informale, cioè tutte quelle poetiche in cui l'elemento naturale viene colto proprio allo stato di una matrice indifferenziata.
Per collocare meglio la tua opera in un contesto culturale più preciso, mi sembra sia opportuno puntualizzare che in realtà questi temi della morte, della violenza, della dissoluzione della natura, possono acquistare un significato storico preciso di simbolo di una condizione vitale più ampia, più generale.


Napoli, Novembre 1968

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Marcello Venturoli - 1969


Simona Weller: i segreti della natura e della materia

Benché in questa situazione estremamente libera delle arti quanto a tecniche, non sia più determinante come qualche lustro fa il peculiare modo di dipingere, dirò che la pittura di Simona Weller va prima di tutto presentata sotto il profilo della tecnica: non è opera grafica essenzialmente, perché l'artista adopera pastelli, olii e smalti in una dosatissima cromia, non è pittura - almeno nel modo di un pennellare appoggiato sulle tele, con una stratificazione più o meno uniforme - perché il preciso incapsulare delle forme in segni di capello sul bianco candente è, se mai, peculiarità della puntasecca; non è acquaforte, non solo e non tanto perché ogni opera della Weller è irripetibile, pezzo unico di queste stampe mentite, ma perché il fascino delle sue carte o mappe di natura è dato piuttosto dall'emergenza di un colore, che dall'inventario di un segno, in ogni modo colore e segno si integrano nei suoi lavori, fanno opera a sé.
Già nelle precedenti mostre della Weller, chi scrive, Filiberto Menna ed altri hanno posto in rilievo la partenza autonoma (e un po' controcorrente) dell'artista, la quale avvalendosi di forme neo-liberty, contesta l'irrazionale informale, ma anziché piegare in una via decorativa, medita sulla natura vivente e agreste, archeologica, fossile, con lenticolare fantasia. La scelta degli argomenti, il clima perpetuamente allarmato e pungente dell'accozzo delle cose fra loro e di esse con l'habitat in cui crescono si articolano, si legano, deflagrano, non è letteraria o di comodo: si avverte in ogni dettaglio del suo mondo un aggancio diretto al modello e al suo ambiente, quella piattaforma di naturalezza sulle cose dipinte che hanno soltanto gli artisti che vivono perpetuamente con queste cose; ed è il caso della Weller, che si gode il ciclo intiero delle stagioni in una casa in campagna, che ha modo di operare quotidiane ricognizioni in un paesaggio ancora intatto, e con l'animo colto e raffinato della persona di città.
Si può dire che tutte le opere di questa singolare pittrice riflettano lo stupore, mai diventato abbandono, o, peggio, abitudine, di chi si trovi a contatto con la natura, di chi debba proporsi di risolvere secondo la sua cultura e la sua immaginazione questo rapporto, tanto elementare nella sua formulazione (natura-cultura) tanto difficile e rischioso a trovarsi senza distorcere uno dei due termini.
Nelle mostre precedenti Simona Weller ha sviluppato temi ed esperienze molto precisi: appassionandosi all'evoluzione della natura come in studi di laboratorio di cui avesse perduto i dati e che avesse ricostruito a colpi di fantasia; aggiungendo ai reperti fossili, alle pagine d'album di ornitologia, di entomologia, sagome antropomorfiche con valore di comprimarie. In questa seconda fase (mostra alla Galleria Pater di Milano) la figura umana sta a indicare l'esigenza di una meno occasionale indagine di natura, una necessità di dar spicco e porre in una dialettica più diretta con l'uomo le cose raccontate. Questa seconda esperienza, se non sarà risolutiva per i risultati (essendovi al fondo un equivoco tra figurazione e astrazione) sarà indicativa di un problema che voleva essere approfondito. Nella mostra personale di Napoli presentata da Filiberto Menna l'artista espose tutta una sua officina di avvicinamenti ai segreti della natura e della materia (da un'ala di farfalla i suoi rameggi e da questi le vene spaziando nel microscopio) reiterando i suoi stupori in immagini seriali, tappa artistica che le è servita anche per mettere a fuoco quest'ultima degli "strumenti agricoli".
La necessità di non mettere epoche diverse, oggetti e animali, cose dell'uomo e cose di natura tutte sul medesimo piano in una specie di sanatoria d'amore e di stupore, ma, conservando a ciascuno (come appunto ha fatto nella mostra di Napoli) il suo valore di reperto riscattato nell'immagine di pittura, rapportarla alla presenza dell'uomo, dare a questa presenza un centro che non fosse velleitario, non più per una via antropomorfica, ma simbolica, è stata messa a fuoco in questa ultima felice fase.
Qui si assiste sempre alla rinfusa di insetti, radici, bulbi, forme ossee, rane, conchiglie, attrezzi, ruote, ma questa rinfusa non è più il personaggio principale (anzi unico) del quadro, tende piuttosto a diventare fondo, quinta, e in primo piano a far emergere qualche cosa di presente e vitale, di utile e di necessario alla mano dell'uomo, un erpice, un fuoco, come appare nei tre quadri presentati: "Cose del fuoco", "Nascita di un solco", "Cose dell'aria". È già stato sottolineato il fatto che alla base della cultura e del temperamento dell'artista non è un mero omaggio all'inconscio per via più o meno dichiaratamente surrealista; la concretezza delle analisi, il modo di assembrare gli oggetti fanno piuttosto scattare la fantasia nelle iperboli, senza contare che il surrealismo ha sempre avuto (in quanto documento e mai catarsi) un fondo irriducibilmente pessimistico: nelle opere della Weller invece (e in modo particolare in queste ultime) si festeggia una tensione vitalistica, un autentico entusiasmo per i prodigi della natura, in cui la umana presenza, il suo lavoro, la sua fatica, non appaiono meno stupefacenti.

Roma, Dicembre 1969

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Enrico Crispolti - 1972


Risillabare la realtà

Forse non sarà improprio avvertire nel lavoro che Simona Weller ha realizzato nel '71 e nel '72, e che è nuovo rispetto alle immediate vicende della sua pittura precedente, un modo di riproporre a Roma un'ipotesi di scrittura-immagine nella maniera della pittura-scrittura di Novelli piuttosto che in quello della scrittura-immagine di Baruchello.
Con Twombly e con Novelli a Roma si è verificata in effetti una vicenda assai notevole di pittura scritta, dallo scorcio degli anni Cinquanta: una vicenda anche che risulta particolare e originale nel più ampio orizzonte di ipotesi appunto di scrittura figurante (da Fahlström ad Arakawa, per intenderci). E che ha un fondamento lirico, e autobiografico, declinato da Twombly in scrittura evocativa di tutta confessione, scontrosa e privata; da Novelli in un oggettivato onirismo, che includeva anche l'utilizzazione di mitologiche aurorali e infantili.
Ora la Weller, su un terreno a suo modo di oggettivato racconto, mi sembra che porti avanti proprio quest'ultimo aspetto, quasi intendendo risillabare da tale base gli aspetti primari della realtà. Non è dunque onirica, piuttosto è direttamente in certo modo narrativa. Anche se il suo racconto è in realtà soprattutto "in nuce", per ora inteso a sillabare figuralmente gli strumenti primari di un possibile svolgimento narrato del rapporto quotidiano.
Per questo i nomi e la fisicità immaginata dei colori occupano interamente, colore per colore alcune sue tele; e così altre suggeriscono la scansione iterativa (quasi accertativa) del nome di un oggetto, di un animale, di un aspetto elementare e primario della natura (mare, albero, ecc.).
Queste sillabazioni ed enumerazioni figurali, come il disegno infantile, e il figurare infantile, e la stessa scrittura da quaderno di scuola, nei dipinti più complessi forma appunto un'oggettivata ipotesi di recupero non tanto di una vera e propria dimensione aurorale e infantile, quanto di una condizione direi "a monte" del figurare, e appunto del figurare narrativamente.
Forse il racconto vero e proprio non verrà mai, perché probabilmente non interessa neppure, nel suo dipanarsi, la Weller. Comunque il suo attuale impegno mi sembra quello in certo modo di prepararlo - o almeno di prepararne la possibilità - speculando su ogni elemento, cercandone le interne risonanze, le gamme particolari, di un colore, di un nome, di una nozione.

Roma, Aprile 1972

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Enrico Crispolti - 1972


Risillabare la realtà

Forse non sarà improprio avvertire nel lavoro che Simona Weller ha realizzato nel '71 e nel '72, e che è nuovo rispetto alle immediate vicende della sua pittura precedente, un modo di riproporre a Roma un'ipotesi di scrittura-immagine nella maniera della pittura-scrittura di Novelli piuttosto che in quello della scrittura-immagine di Baruchello.
Con Twombly e con Novelli a Roma si è verificata in effetti una vicenda assai notevole di pittura scritta, dallo scorcio degli anni Cinquanta: una vicenda anche che risulta particolare e originale nel più ampio orizzonte di ipotesi appunto di scrittura figurante (da Fahlström ad Arakawa, per intenderci). E che ha un fondamento lirico, e autobiografico, declinato da Twombly in scrittura evocativa di tutta confessione, scontrosa e privata; da Novelli in un oggettivato onirismo, che includeva anche l'utilizzazione di mitologiche aurorali e infantili.
Ora la Weller, su un terreno a suo modo di oggettivato racconto, mi sembra che porti avanti proprio quest'ultimo aspetto, quasi intendendo risillabare da tale base gli aspetti primari della realtà. Non è dunque onirica, piuttosto è direttamente in certo modo narrativa. Anche se il suo racconto è in realtà soprattutto "in nuce", per ora inteso a sillabare figuralmente gli strumenti primari di un possibile svolgimento narrato del rapporto quotidiano.
Per questo i nomi e la fisicità immaginata dei colori occupano interamente, colore per colore alcune sue tele; e così altre suggeriscono la scansione iterativa (quasi accertativa) del nome di un oggetto, di un animale, di un aspetto elementare e primario della natura (mare, albero, ecc.).
Queste sillabazioni ed enumerazioni figurali, come il disegno infantile, e il figurare infantile, e la stessa scrittura da quaderno di scuola, nei dipinti più complessi forma appunto un'oggettivata ipotesi di recupero non tanto di una vera e propria dimensione aurorale e infantile, quanto di una condizione direi "a monte" del figurare, e appunto del figurare narrativamente.
Forse il racconto vero e proprio non verrà mai, perché probabilmente non interessa neppure, nel suo dipanarsi, la Weller. Comunque il suo attuale impegno mi sembra quello in certo modo di prepararlo - o almeno di prepararne la possibilità - speculando su ogni elemento, cercandone le interne risonanze, le gamme particolari, di un colore, di un nome, di una nozione.

Roma, Aprile 1972

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Federica Di Castro - 1972


Uscire dall'infanzia dell'arte

La pittura come mezzo di conoscenza. Conoscenza di un mondo circoscritto, intimo, dilatabile all'universo. Questo mi dicono le pagine-quadri di Simona Weller. La conoscenza è il contrario della decorazione, ma può integrarla, comprenderla. Il mondo che la Weller prende in esame è quello infantile, le pagine di un quaderno di prima elementare dove la grafia è pittura e immagine e il foglio un racconto, la storia di una giornata, l'emozione di una scoperta in cui segno e colore concorrono alla meraviglia.
Ogni lettera dell'alfabeto ha un colore così come ha un suono, ogni parola è un'immagine, ogni foglio ha un "tono" che è determinato da tutti questi elementi, e una risonanza emozionale. In questo mi pare che la Weller differisca sostanzialmente da artisti che come lei hanno rivolto l'attenzione a una scrittura pittorica - come Novelli e Twombly - nel fatto che il suo interesse per quel preciso linguaggio nasce prima che come attenzione al mezzo, come attenzione al mondo che di quel mezzo espressivo si serve. Nel caso specifico il mondo di un'infanzia che scopre i mezzi espressivi nel momento stesso in cui scopre che essi sono anche controllabili, addomesticabili, e però un istante prima che questo avvenga. Poiché c'è un linguaggio infantile dell'inconscio - che è quello in cui tanto in profondità ha indagato Klee - che è tutto istintivo, ricco di stratificazioni significanti: il mondo magico incontrollato vicino al limbo, alle civiltà sepolte che è proprio dei disegni dei bambini di due tre quattro anni.
L'attenzione della Weller è invece molto precisa e si focalizza sul momento in cui al limbo si dice addio per conquistare la ragionevolezza della conoscenza, per arrivare con il tempo, dopo un lungo cammino a conquistare per una via diversa quel mondo antico, quel mistero dell'origine.
La scoperta del mezzo, la scoperta del linguaggio, la scoperta di punti di riferimento uguali per tutti, la scoperta di un'oggettività insospettata che è anche nostra: è quello che ci comunicano le prime pagine di quaderno nell'infanzia, quando le guardiamo esterrefatti. Poi i mezzi ci divengono familiari e il nostro tempo è dispensatore di mezzi, di tanti mezzi di espressione e di acquisizione.
L'artista ha il problema del mezzo, nel senso che teme sempre l'inautenticità, che non si fida, che stenta a credere che sia il suo mezzo. Perché i linguaggi sono a disposizione di tutti e difficile è riconoscersi in uno di essi.
Il discorso della Weller investe dunque il mondo della creatività in un senso molto ampio, si allarga al rapporto tra l'artista e il suo linguaggio, più che tra l'artista e l'opera o l'artista e il pubblico. Apre la possibilità al riflettere sui rapporti tra mondo emozionale e mondo espressivo, induce ad una riflessione sul valore della scelta. Al di là dunque della pagina di un quaderno dove l'immagine acquista un significato sonoro ed è intensa di drammaticità e di dolcezza e di rabbia e di gioia e di stagioni e di luce e di ore del giorno, al di là della freschezza infantile che la pittura della Weller ci restituisce intatta, c'è una problematica che investe il mondo intimo ma dilatabile della creatività, proprio nel suo nodo più intricato, quello in cui la materia sta per accedere alla consapevolezza: il momento più intenso, quello in cui l'artista si accinge ad uscire dall'infanzia dell'arte.

Roma, Aprile 1972

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Cesare Vivaldi - 1974


Le variazioni cromatiche di Simona Weller

Simona Weller ha ormai una storia pittorica abbastanza lunga, visto che espone dal 1959, con una evoluzione che l'ha portata ad affinare al massimo il proprio mezzo espressivo, il segno-colore nella particolare accezione della "scrittura", rinunziando via via ad ogni elemento estraneo o non pertinente al suo linguaggio: il quale si impregna di echi e spessori semantici, s'intride di luci e di nevi e di albe ma vive unicamente di sé e per sé ed è esso stesso, nella analisi che la pittrice servendosene ne compie, unico oggetto e sostanza del dipinto.
La Weller, dopo gli esordi dell'adolescenza, per anni ha svolto sottili indagini in ambito neo-informale volte a studiare soprattutto quelle che potrei definire le "scritture le caso", impronte, tracce, scie, orme, e i loro rapporti con gli elementi primari (acqua, terra, aria, fuoco) sui quali e nei quali si inscrivevano.
Nel 1970 e più risolutamente nel 1971 la sua attenzione si è volta al mondo dell'infanzia e alla grafia e al disegno infantili, ed è da questo momento che la sua arte ha assunto decisamente il carattere di una pittura-scrittura assai originale, anche se inseribile (come notavo a suo tempo e come nel 1972 ribadiva con precisione Enrico Crispolti presentando a Roma una mostra della Weller) nella recente tradizione romana di Twombly e Novelli.
Il passo successivo, maturato nel 1973 e nel 1974, è stato il rifiuto di ogni pretesto (il mondo infantile, per l'appunto) che potesse deviare l'interesse dell'artista dalla scrittura intesa come "ductus" segnico-cromatico, in cui gli antichi elementi primari, drasticamente ridotti alla semplice dialettica luce-materia, tornano trasformati in "continui" di parole pervicacemente sillabate e risillabate attraverso sempre nuove variazioni cromatiche e sempre nuove intenzioni spazio-temporali.
Certamente anche per l'attuale lavoro della Weller si potrebbe parlare di "nuova-pittura", per usare una terminologia tanto di moda quanto inesatta, applicabile a troppe e troppo eterogenee personalità. Personalmente preferisco riferire la sua originale pittura-scrittura a quell'area neo-informale che va estendendosi, mi pare, in modo abbastanza interessante a livello internazionale e alla quale non è estraneo lo stesso Ryman, oltre a Twombly, per non parlare dell'ultimo Dorazio. Un informale (mi si perdoni il termine generico) rivisto con occhio attento ai problemi esclusivamente pittorici e persino tecnici, rifiutando l'angoscia esistenziale e l'egotismo esasperato del "gesto".

Roma, Ottobre 1974

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Marisa Volpi Orlandini - 1976


Simona Weller e la continua scoperta dell'immaginazione pittorica

Nei quadri più recenti di Simona Weller: tele orizzontali fortemente impregnate di variazioni sul colore, appare un tassello rettangolare ripetuto che struttura in modo ritmico la visione. Un ordine che Simona riferisce a Mondrian nelle sue dediche. Naturalmente il Mondrian che dalla fase realistica ed espressiva passava ad una fase critica di riflessione sul linguaggio, la fase dei boschi a Oele, dei Mulini, delle Cappelle, usando la tache divisionista di colore fauve, in funzione di griglia, di struttura. Processo di decantazione che Mondrian mistico e utopista non fermerà più se non nei noti quadri astratti a spazi divisi da orizzontali e verticali.
Sono passati decenni dal momento dell'emergere della pittura astratta, e le esperienze di Simona Weller partono da una situazione già totalmente decodificata. Il suo primo appiglio fu la scrittura infantile e la poesia della pagina totalmente incerta, imitata dal puro desiderio di tracciare tipico dei bambini. Dal travaso dell'elemento poetico nel visivo e del visivo nel poetico, la pittrice arriva ad una fase assai più concreta pittoricamente, in cui le linee orizzontali della scrittura impaginano una composizione ulteriormente grigliata delle verticali delle scolature regolari. La fattura del quadro di Simona Weller è semplice ma molto articolata: il fondo è preparato a tempera, poi traccia le sue scritture con un pastello ad olio, poi per le massellature regolari usa ancora la tempera stesa con la pennellessa, rincalzando il tema orizzontale della visione.
Le varie fasi: preparazione, disegno, scrittura, tacchettatura, scolature, ancora scrittura, si sovrappongono e si amalgamano lasciando tuttavia leggere i processi. E il risultato è una tessitura "costruttiva" che si inserisce nella tradizione ritmica della pittura di colore da Van Gogh ultimo a Seurat, allo stesso Monet, a Dorazio, più ancora che ricordare il grafismo espressivo dall'informale americano a quello di un Twombly.
Non abbiamo tuttavia ancora accennato alle motivazioni liriche di questa pittrice, che come donna vi si affida con giusta confidenza. Il rapporto io-natura, io-inconscio, spesso rimosso o lasciato stare, viene eletto con slancio dalla Weller. Basta pensare a titoli come: Vibrazione turchese sulla parola mare, Alba, Erba - Omaggio a Seurat, Variazione ocra sulla parola onda, dove le parole erba, alba, mare, onda, hanno un carattere magico: infatti la comunicazione non verte sulla parola onda, ma sulla sensazione reale dell'onda o del mare o dell'alba. Il gioco sottile è tra il titolo che denuncia la sua semantica in senso letterario, e la pittura che allude fisicamente alla natura, verso la quale la pittrice sembra slanciarsi con tutta la sua passione. Natura e paesaggio che ormai rivelano la loro essenza simbolica come altro da sé, universo, ignoto, inconscio, nelle trascolorazioni infinite, dalla bellezza alla desolazione.
È sintomatico che tale aspetto dell'Astrattismo derivato dall'Impressionismo sia rimasto occultato dalle intenzioni puritane delle avanguardie storiche, in particolare del Costruttivismo, del Bauhaus e dei suoi derivati, che hanno voluto impostare il problema dello stile moderno, ed hanno quindi tentato in tutti i modi di eliminare il rapporto individuale con la percezione di sé e del mondo. Rapporto del resto sempre più imbarazzante dalla fine del Settecento ad oggi.
La normativa e la didattica tratte con tanta cura dalle scoperte intuitive degli impressionisti hanno relegato ai margini la sensitività soggettiva che pure ne era stata l'origine (basti pensare all'apoteosi monettiana). Non è un caso che tale attitudine riemerga da quattro cinque anni a questa parte dopo varie fasi di messa in parentesi. Polarizzazioni di questa volontà romantica e shopenhaueriana si sono avute con l'informale da Pollock a Burri, e mai sono cessate ovviamente.
Ma ora sembra che la crisi della società sia giunta ad un punto tale da allentare ogni pressione in senso razionale-costruttivo, e il rapporto individuale con il profondo diviene totalmente libero, libero relativamente ad un'autocodificazione del linguaggio. E non solo nell'ambito della pittura, ma anche in quello della performance.
Simona Weller in un quadro come Variazione viola sulla parola mare, fa una dichiarazione di fede nel contatto con la natura, con questa forza che circonda l'individuo e lo sostanzia.
Linguisticamente la sua cultura è certamente ormai in rapporto con una tradizione formale del colore dal post-impressionismo a Dorazio (formale e non formalistico).
D'altra parte la nota vibrante che sento affine e ancora vagamente in cerca di soluzione è l'esplicitazione romantica, per cui un quadro come "Alba", uno di quelli che preferisco, mi fa venire in mente, allusivamente, certi paesaggi di Friedrich.
E su questo polo femminile (e romantico) della cultura moderna trovo straordinaria in Simona Weller la continua scoperta di sé nella riflessione e nell'immaginazione pittorica.

Roma, Febbraio 1976

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Luigi Lambertini - 1977


Simona Weller: un percorso nell'inconscio

Guai a lasciarsi prendere dai ricordi, dalle suggestioni del tempo andato. L'obiettività del discorso correrebbe il rischio di essere annullata. Quando infatti un'immagine fa scattare come una molla la trappola appunto del ricordo, subentra subito una specie di simpatia, di comunanza e di partecipazione. Eppure nel caso dei quadri di Simona Weller, almeno per quanto mi riguarda, non mi riesce proprio di fare altrimenti, e ciò al di là di ogni questione critica, di ogni riflessione sul linguaggio, di ogni sua collocazione in questi nostri giorni, così incerti, così drammaticamente tesi ed anche contraddittori. Mi trovo insomma completamente coinvolto, confuso da differenti stati d'animo. Sulle prime non volevo neppure confessarlo, ma poi, riflettendo, mi è sembrato ingiusto tacere anche perché ciò che avrei inteso nascondere ad un lettore attento sarebbe apparso subito tra le righe. E non è tutto.
C'è da chiedersi una volta tanto se non sia opportuno affrontare le cose con naturalezza e con sincerità. Qualcuno tuttavia potrà obiettare che ciò che i dipinti di Simona Weller mi suggeriscono consiste allora soltanto in un fatto privato, in una questione tutta mia. Entro certi limiti, egregio signore! Ed ho pronta proprio per lei una considerazione che risale a molti anni fa, ma che peraltro è più che attuale. È Baudelaire in un saggio incompiuto, trovato dopo la sua morte ed intitolato "L'Arte Filosofica", ad affermare che "ogni buona scultura, ogni buona pittura, ogni buona musica suggerisce i sentimenti ed i pensieri che vuol suggerire".
Ebbene, le opere di Simona Weller sono intrise da un'aria di mare, dagli echi di voci lontane non ancora soverchiate dal rumore di un'autostrada, ma soltanto punteggiate da qualche grido improvviso di bambini e ragazzi che giocano, da qualche richiamo - un nome urlato da una finestra - che si perde poi nel rifrangersi della sua eco mentre la risacca torna a prendere il sopravvento rilanciando quasi a folate il salmastro e l'odore delle reti, delle conchiglie e degli ossi di seppia al sole.
È un ritorno all'infanzia - e poi vedremo di precisare il concetto - sempre presente; come dire, un ritorno attuale, di oggi come di ieri. E con esso altre vibrazioni, altre suggestioni, i silenzi tra le palme e i pini a strapiombo sul mare, tra i viottoli di case calcinate su in alto, tra i giardini deserti di ville appartate (almeno così sembra) e quindi le attese della gioventù, di una stagione in cui tutto, immagini, suoni, odori ed incontri, ha il sapore di una realtà sognata che deve avverarsi, che è desiderio di qualcosa che matura, che cresce in noi.
La luce allora, che abbaglia fendendo i ventagli delle palme, che cade sui gerani trascinando con sé il loro profumo, sulle agavi e gli oleandri, magari di una stazioncina appisolata, non è soltanto un fatto fisico. È molto di più e di diverso. La natura diviene insomma sentimento e senso, sensazione e vicenda; diviene personaggio come ognuno di noi è, o era, ed al tempo stesso diventa quaderno di bella copia su cui stiamo per scrivere, attenti a non fare le orecchiette agli angoli della pagina ed a non lasciare cadere una macchia proprio all'ultima parola.
È l'infanzia e la giovinezza che ritornano con la loro fragranza, la loro ingenuità, i loro sogni ed anche i loro drammi, sia pur piccoli. La mano scorre lenta sul foglio e la parola prende forma: mare (scritto col ritmo delle onde); onde (alla stessa maniera) e poi erba, cielo ed altro ancora.
Un'infanzia perduta come un paradiso, che tuttavia portiamo in noi e di cui andiamo alla ricerca; e non si tratta di un gioco o di un artifizio. Occorre essere limpidi, pronti a captare il ricordo di un attimo che non è di ora, ma che viene adesso alla superficie, richiamato, rievocato; guardare dentro a noi e trasferire con una simultaneità che è senso e sentimento, la realtà di oggi in quella di ieri servendoci dell'autobiografia quel tanto che è necessario per scrivere pagine destinate anche agli altri.
L'incanto del colore così, foglio dopo foglio, viene come ad allargarsi, a prenderci e contaminarci, a renderci partecipi di una vicenda e poi di un'altra e di un'altra ancora, avviluppati come da un sottile "spleen". Una pagina allora si tramuta subito in un'altra per sovrapposizione; di traverso, fra i colori filtra la luce e il colore diviene luce - anzi lo era già -, il segno e la parola si trasformano in punti di riferimento, soltanto apparenti ostacoli che subito ci si accorge che sono zone di cattura e di pausa dalle quali lo sguardo può muoversi per continuare il percorso, per rivedere ciò che è già stato visto e per ricrearlo un'altra volta.
La scrittura dunque, il segno, e il loro valore; un valore tutto particolare. Scrittura e segno, grafia e campitura breve di pennellate una vicino all'altra, sono, nella loro espressione di un mondo che nasce dall'infanzia e dalla giovinezza, mistero e rivelazione, sono colori, ritmo, cadenza, pausa, sovrapposizione, sequenza, tono, timbro ed attenuazione.
Ma tutto ciò sarebbe incompleto, più precisamente sarebbe parziale, se non tenessimo presente nell'opera di Simona Weller, accanto a questo coraggio di essere nella natura e nella realtà, tradotte non solo in un puro richiamo di atmosfere e di colori, se non tenessimo presente - dicevo - la contemporanea implicazione e quella sorta di riflessione su quegli strumenti che la cultura ci ha tramandato e che Simona ha fatto propri in una personale esplorazione. Per il passato sono stati ricordati i colori dell'ultimo Van Gogh assieme a cadenze divisioniste (i nomi ricorrenti erano quelli di Seurat ed anche di Monet) e poi ci si è soffermati sul valore della scrittura e del segno fino a citare Twombly. Inoltre, quando la Weller componeva i suoi dipinti con una serie di tasselli da cui il colore sgocciolava, venne fatto il nome di Mondrian, quello delle dune, quello della fase di transizione della natura, dalla realtà verso la sua mistica invenzione di assoluti e concreti equilibri. E questo è giusto se lo si considera con le opportune cautele, senza troppo debordare. La realtà infatti di Simona Weller non mi sembra che possa essere ristretta "tout court" entro limiti definiti; non può essere, come si dice oggi con un termine che puzza tanto di pandette, "codificata". Il suo è in principal modo un atteggiamento umano, di persona che coscientemente e con occhio critico si guarda intorno, che tiene conto anche di quanto il passato ci ha tramandato, ma che soprattutto sa guardare in se stessa. Il suo viaggio è allora sentimentale, ma solo fino ad un certo punto. È il risultato di un'indagine grazie alla quale affiora qualcosa di completamente diverso. La sua riflessione sul linguaggio pittorico, sul linguaggio e la pittura, sulla pittura come linguaggio, è in altri termini l'elemento per esprimersi e per definire esistenzialmente una propria realtà e per uscirne al tempo stesso.
Una introspezione dunque ed un percorso nell'inconscio operato con attenzione vigile, ma anche con sottile partecipazione. E non è tutto.
Se esiste una grafia che diventa qualcosa d'altro nel suggerire una parola che a sua volta è già immagine e viceversa, se esiste un colore che ora per i toni, ora per i suoi timbri, ci fa entrare in una dimensione che, pur restando tale, è pur sempre il presupposto per divenire altrimenti, se esiste tutto questo si deve allora ribadire una simultaneità sia sul piano estetico come sul piano psicologico. È una simultaneità che equivale ad uno specchio, alla rifrazione di immagini e di situazioni, è una simultaneità che equivale ad un caleidoscopio che ci proietta in un gioco cangiante pagine ora serene ora melanconicamente sognanti, ora cupe ora ironiche.
Pagine sempre rivelatrici, misteriose e presenti.

Roma, Gennaio 1977

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Marisa Vescovo - 1978


Il segni-simbolo di Simona Weller

Dopo le grandi invenzioni delle avanguardie storiche è necessario trovare l'umiltà di "scoprire" - riducendo l'enfasi e la comunicabilità entro gli scarti minimi delle odierne grammatiche pittoriche o situazionali - e riflettere sugli strumenti linguistici impegnati, e sui loro momenti costitutivi. La donna artista, in particolare, sente l'imperativo di ri-trovare un suo rapporto "diverso" con il "sociale", che sia anche un modo di dare un ordine mentale al gesto, alla materia, allo spazio da esperire. Analizzare il sistema dell'arte vuol dire anche: accettare il colore come membrana osmotica che afferma l'autonomia e la concretezza del "tutto": costituito contemporaneamente dall'oggetto e dalla sua superficie, dalla materia e dalla cromia, che occupano e si integrano nello spazio, sottolineare le regole organizzative degli elementi di base, cioè le unità linguistiche elementari, per spostare l'analisi dell'opera al sistema dell'opera, che dovrebbe essere recepita nel duplice aspetto di natura e di cultura. D'altra parte siamo sempre più consapevoli, con Cassirer, di vivere all'interno di un processo di simbolizzazione sempre più infettivo, il nostro è ormai un universo di segni-simboli, in cui ogni forma, vocabolo, o gesto, si esemplifica lasciando intuire, al di sotto e al di sopra del proprio percorso, un referente che convenziona un comportamento che va "oltre" l'opera. Il simbolo sta a chiarificare la volontà di conoscenza delle cose, ci indica un luogo, un evento, un percorso, il tracciato spaziale dei nostri incontri quotidiani di fronte ai quali oggi si determina il fenomeno di un'apparente indifferenza, o mozione affettiva-repulsiva.
Queste le ragioni di fondo per cui crediamo che Simona Weller tenda oggi a svelare per frammenti, con la massima concentrazione e con il minimo intervento, le inattese stratificazioni delle immagini depositate nel proprio "profondo", in cui le pulsioni si coniugano al "femminile", questo diventa il recupero di un discorso affermativo, ma anche un modo segnatamente dialettico di accettare la realtà, di ri-segnarla come emergente da uno scarto, non risolto, fra segni non omogenei (qualcuno direbbe volatili) e contraddittori. E certo un ingresso, o un ritorno, non sappiamo, nella materialità del colore, nei ricordi, nei sogni colti al loro sorgere, nei simboli di una pagata ma feconda naturalità, che non hanno bisogno di essere interpretati bensì rappresentati, per non negare ancora una volta la propria storia greve di silenzi, di cancellazioni, di censure, e di assurde e alienanti rimozioni.
Ci sembra di cogliere, in queste ultime opere della Weller, una evidente e calamitante necessità di precisare elementi presenti nel lavoro passato e di andare "oltre", di vivere e meditare la percezione come una situazione al limite, per cui il segno percorre la tela con minute partiture, con impuntature, orditure, tessiture, continue-discontinue, che ci lasciano intravedere una protratta esplosione del precedente nucleo di scrittura, che si dissemina e procede in un percorso orizzontale spalancato verso l'abisso di una frantumazione alchemica, in grado di riconoscersi in un segno abbreviato, vibratile, pittorico-grafico. Si tratta di un "fare" che si colloca fra l'impulso diaristico alla scrittura (fisiologia del segno) e un segno denso di vibrazione cromatica, non però astratto o autonomo, che si incontrano fra il piano dell'esperienza e quello dell'analogico. Incrocio decisivo in questa fase di lavoro sulla carta e sui velluti. Infatti si nota subito come il "segno", impiegato per controllare lo spazio - narra, come sempre, un itinerario - è sentito quale elemento misurabile, immediato, elementare, ugualmente ossessivo e liberatorio, emozione ed innocente avventura dell'infanzia, spessore d'intellettualità oltre che di visibilità. Si vuole dunque trovare un modo per sistematizzare l'idea del vuoto fra i pieni e viceversa. Il segno si avvale della meccanica della ripetizione non come gesto chiuso, ma come tensione variabile che si snoda a seconda dei comportamenti emotivi e razionali. Viene così lucidamente evidenziata la prassi percettiva di un'operazione che punta le sue frecce sui valori assoluti e simbolici che stanno prevalentemente sopra sotto il tono, la luce, il colore, in un gioco ottico procedente verso l'intensivo e dinamico riempirsi di uno spazio sul quale si vanno allineando una "serie" aperte di punti-tache che mimano il continuum del "vissuto" quotidiano. L'operazione iterata di questo "dripping", mentale e controllato, non tiene del tutto conto dei limiti della superficie e si proietta verso l'esterno alla ricerca di un rapporto tra l'opera stessa e gli avvenimenti spaziali circostanti. La carta, o il velluto, non preparati, accolgono il più semplice dei segnali, il punto-linea, di cui si evidenziano le pulsioni minime, gli impercettibili livelli di sensibilità, come risultante di un'operazione il cui segno e concetto tendono a coincidere diventando il recinto dell'inconscio profondo, della memoria più remota, in cui esitazione e consapevolezza si accavallano in una simultaneità, o "durata" bergsoniana, che è durata del presente e proiezione nel futuro.
Il segno invade ora lo spazio per indicare come il tempo della continuità, non sia solo una traccia rettilinea in progresso verso una meta, ma implichi invece ripetizioni, slittamenti, continue rotture, in una bidimensionalità soffice e spessa. Tutto va verso una trasformazione-variabilità, più ricca, complessa, dilatata, di quanto sia una struttura progettata, e perciò distante da un'etichetta noiosa come quella ottica.
Il punto, che procede come una serie senza fine, non si dà come una traccia di un gesto chiuso, o pragmaticamente imposto, ma come registrazione di "vissuto" e di "rimosso" aperti verso il "dopo". Se le chiavi per decodificare il messaggio non vengono offerte, è dovuto al fatto che si tratta di un segnale, o di un sintomo, di qualcosa che sta avvenendo o si sta consumando, nel "divenire" del relativo - che è poi il solo assoluto che ci resta - come possibilità di essere nel qui ed ora.
L'automaticità istintiva del gesto - e il gesto è un mezzo con qualità intrinseche, soprattutto organiche, in contiguità con il profondo - attinge ad una cultura umanistica le cui radici si spingono sotto una tradizione italiana che va dal tono al timbrico, e modellandosi nei gorghi del linguaggio viene restituita come un percorso segnico-visivo capace di cogliere il respiro del mare, dell'acqua, della solarità, della luce limpida di un mattino in campagna.
La natura così accennata viene scomposta nei suoi elementi più semplici, per ricreare una sintassi che sta alle origini della pittura semantica, cadenzata però su ritmi che trovano magari una eco in quelli musivi che percorrono le pareti delle basiliche ravennati. Gli impulsi di colore risultano sempre legati alla scrittura, ai segni messi in campo, mentre il ricorrere dei bianchi rafforza come luce i centri nevralgici della tessitura vibratile. La luminosità si apre misteriosamente sul nero opaco del fondo permeato di materia. Le forme minime che ne nascono, misure coordinate tra la mano che traccia e l'occhio che guida, non stanno più nello spazio, ma sono lo spazio, rappresentano l'ultima frontiera dell'illusionismo della pittura moderna. Il "punto"diventa quindi "quantità cromatica" in grado di suggerire tattilmente il "continuo", e di concretare il pieno e il vuoto di coscienza che vi stanno dietro. Coscienza non da intendere come opposto di inconscio, ma come coscienza di vivere il conscio e l'inconscio contemporaneamente, come realtà recepita in condizione di blow-up visivo.
Questi ultimi rotoli di pittura della Weller sono opere capaci d'incarnarsi tanto nella materialità stessa della cromia, quanto nel suo processo nel tempo, e quindi capaci di esprimere le contraddizioni del "dipingere", della sua prassi significante, della sua storia, che oggi più che mai ci portano al cospetto delle pulsioni che ci vengono dalle strutture profonde. L'artista, pur non lasciandosi sopraffare dai suoi fantasmi privati, si carica di una certa notturnità dell'immaginario, che lascia intravedere la corsa verso l'alto dei simboli - ad esempio: il mare-onda, elemento liquido, generatore di vita, quindi femminile - tipica dell'ambito europeo, ponendoli così come elemento linguistico che narra se stesso nell'ambiguità sorvegliata della metafora, a cui dobbiamo, non solo la persistenza del ricordo, ma una sua ancora intatta finalità liberatoria.

Roma, Gennaio 1978

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Elverio Maurizi - 1980


Simona Weller: dipingere con le parole

Dipingere con le parole per Simona Weller non è tanto un aforisma, quanto una verifica tra una situazione intellettualistica e la convergente rispondenza del reale; direi di più è addirittura il rimando a uno specchio di riflussi che, oltre tutti gli antefatti storici possibili (Apollinaire, Futurismo, Dada, ecc.), propone presenze allusive attraverso la convivenza quasi simbiotica dei vocaboli con la suggestione delle immagini. La funzione della comunicazione, perciò, appare in un certo senso ambigua e provocatoria perché suggerisce un labile rapporto tra una dimensione sintetica, quella verbale, e un'altra analitica, quella rappresentativa, per le quali non necessariamente l'edificio metalinguistico deve prevalere sullo specifico letterario.
Senza ricorrere ai miti psicoanalitici che, pure, contraddistinguono tanta parte della critica odierna, a me sembra che il discorso della giovane pittrice debba essere ricondotto alla sua più radicale semplificazione, cioè al momento in cui parole e pittura si concretizzano in un immaginario, le cui confluenze percettive dinamizzano il tessuto psicologico originario, trasformandolo in occasione di discussione e di confronto. Si potrebbe, persino, avanzare l'ipotesi di una diretta affrancazione dai recessi più oscuri del profondo di alcuni fermenti sedimentativisi nel tempo, di ricordi emergenti dall'infanzia, di lucidi tentativi volti a recuperare un universo dove fantasia e realtà si confondono. Tuttavia, soltanto l'approccio storico, che nel caso preferisco, appare indicativo e, talvolta, risolvente della preistoria di un dipingere interessato ai temi del quotidiano e della metafora, visti quali emblemi essenziali dell'essere.
L'indagine conoscitiva, quindi, si indirizza necessariamente all'analisi dell'antecedente investigazione dell'artista, cioè di quelle componenti vagamente surreali che per alcuni anni hanno influenzato la sua ricerca, avviata lungo la linea Ernst-Matta-Sutherland, già acutamente individuata da Cesare Vivaldi. In effetti, quel suo rielaborare i dati del reale per riproporli mediante simboli e allusioni, attraverso sintesi ed estrapolazioni rimane una sua costante peculiarità che anche oggi sembra caratterizzare il lavoro.
Il significato magico, racchiuso in quel suo compilare pittoricamente l'espressione linguistica, governa, infatti, la rappresentazione, vestendola di una sottile nostalgia del naturale, sufficiente a renderlo visibile, a poco a poco, non tanto con gli occhi dell'immaginazione, quanto come sostanza tangibile, capace di catalizzarne i segni e di scandirne il ciclo vitale. Se conoscere è per ciascuno l'occasione di dimostrare in un momento storico determinato la sussistenza del problema esistenziale come supporto del divenire, Simona Weller, usando una metodologia simpatetica (nel senso etimologico della parola greca, cioè sentire insieme), constata come la mediazione del suo tracciare non risolva, sic et simpliciter, la necessità di illustrare compiutamente il significato globale della propria invenzione, ma suggerisce l'urgenza di esaminare unicamente la funzione del significante. L'artista, insomma, è costretta a seguire un processo mentale e pratico, dove il testo e l'iconografia sollecitano attraverso le connessioni semantiche, più o meno evidenti, un linguaggio pienamente aderente alle motivazioni più segrete della creatività.
Quando Federica Di Castro avverte come in quella pittura "la parola" si tramuti in "scansione di ritmi, segno, segnale, trascrizione, errore, memoria" e più sinteticamente in "proiezione dell'anima sulla tela", in effetti, sottolinea come i punti di riferimento, ortografici e non, moltiplichino le loro incidenze e riescano a evidenziare le valenze sentimentali e istintive del manufatto. Il ribadire i riflessi di lezioni culturali diverse, che vanno da un colore post-impressionista a una oggettivazione sistematica del racconto e a una introspezione del profondo, coinvolge chi guarda in un clima apparentemente romantico, grazie al quale, però, l'intensità della comunicazione è data specialmente dal sottile e penetrante equilibrio di toni e di linee.
Altri problemi emergono pressanti al guardare con attenzione la produzione recente della pittrice, non ultimo quello della libertà compositiva avvertita nelle diverse costruzioni del dipingere, mai prive di coerenza nel loro svolgersi in maniera euritmica, intesa a segnare le cadenze nella lettura e a sollecitarne, come se fossero argomenti fondamentali, le pause e le suggestioni che l'articolano. Sottolineare la trama e l'ordito di tale tessuto di segni è sufficiente per svelare le connessioni segrete delle idee, l'aggrovigliarsi dei pensieri, gli appunti grammaticali e sintattici che spingono gli elementi primari del fare a giocare liberamente all'interno di un continuum spazio-temporale appassionato e provocatorio. Un respiro ampio e, a volte solenne si svolge con simmetrica crescita di toni sulla tela, animandola diversamente e segnandola sinuosamente con un tracciare ricco di contenuti e di drammaticità.
Tommaso Trini è, quindi, nel giusto quando osserva come "la scrittura di colori" della Weller sovrapponga tra loro "i ritmi orizzontali di una griglia di tamponatura" necessaria per esaltare "i toni sensitivi del suo rapporto con la natura". Ciononostante, credo di dover rilevare come la funzione del lemma, tramutatosi da concetto in traccia, pervenga a una destrutturazione armonica del vocabolo che, comunque, appare sempre in grado di fungere da cassa di risonanza di tutte quelle vibrazioni psicologiche la cui evocatività lascia a chi guarda l'ufficio di riflettere sulle molteplici implicazioni esplicite e implicite delle opere.
Che le pulsioni cromatiche usate dall'artista si coniughino "al femminile", come sostiene Marisa Vescovo non mi pare possibile. Se, però, con tale espressione si fosse inteso indicare una particolare sensibilità, una aggraziata felicità immaginativa o un sistema organizzativo singolare, capace di rendere palese la natura quasi musicale del suo dipingere, il trasferire per analogia dal piano dell'esperienza a quello intellettuale di certe tensioni intime, le cui "unità linguistiche elementari" rilevano un carattere femminile, conduce a concordare sulla definizione, perché attraverso di essa si trasferisce sulla tela una privacy ideologico-culturale diretta a finalizzare le connotazioni logo-iconiche, le cui modalità verbali-visive rappresentano il fulcro dialettico del discorso.
Dieci anni di pittura, dal 1970 al 1979, rappresentano un lungo percorso, sufficiente a chiarire le motivazioni che hanno guidato l'artista romana a un continuo affinamento degli strumenti della propria investigazione pittorica.
Dieci anni dal 1970, dove lo spazio ipotetico si sviluppa con la stessa organizzazione della pagina di un quaderno di scuola, ricco di spessori transitivi che mutano i significati secondo le regole immutabili di una dialettica elementare, a Ciao, burattino del 1971, dove la costruzione appare come supporto del fonema, appena rafforzato da disegni in grado di sottolineare la demarcazione esistente tra leggere e vedere, a Con la parola erba del 1972, dove lo spazio della scrittura, grazie al ritmico sovrapporsi delle lettere, apre uno spazio figurale il cui respiro rivendica una propria autonomia visiva e ancora maggiormente con Tessitura per la parola erba del 1973, i cui tratti distintivi sembrano indispensabili per evidenziare il carattere di sudditanza della parola scritta rispetto a quella desemantizzata, si assiste a una progressiva compenetrazione del codice linguistico con quello pittorico, che li rende complementari nella focalizzazione dei contenuti intellettuali.
In tele, quali Un campo di grano con volo di corvi, l'esercizio grafico sembrerebbe assorbente se le parole non venissero quasi disarticolate perché dalla tecnica di scomposizione nascesse un processo comunicativo efficace quanto la scrittura stessa. Altrettanto avviene in lavori di quel periodo e degli anni successivi, dove lo spazio linguistico, apparentemente superato dalla scomparsa dei vocaboli, tuttavia risulta ancora operante come struttura attraverso la scansione di taches, la cui concatenazione analogica e sintattica facilita la percezione di una molteplicità di toni cromatici e dello sciogliersi del colore fino a suscitare risonanze allusive di significati altrimenti nascosti.
Tessere un mare viola trasforma, invece, il testo compositivo in vere e proprie tessiture grafiche, dimostrando quanto il supporto del dipingere si inserisca nel contesto, dilatando qualità fisiche proprie del fare a sfere culturali pregnanti.
L'analisi non sarebbe esauriente ove si ignorassero i risvolti impliciti delle opere successive.
Ricordo a titolo esemplare Parole controluce, un collage a tempera su carta del 1978, particolare del più vasto lavoro Diario al muro, nel quale si notano componenti di valore quasi plastico, oppure Un colore per ogni ora dello stesso anno, dove il pigmento diviene traccia grafica, imitazione di un linguaggio ch'è superamento della convenzionalità del segno, indagine concettualizzata sempre più tendente alla rarefazione, echi della quale si leggono in Quando in primavera o nei due pastelli e tempera del 1979 Vento nell'erba e Fuoco nell'erba.
Maggiore interesse, tuttavia, rivela il lavoro più recente dell'artista, quello cioè sul tema de L'abolizione della realtà, non solo per la felice intercambiabilità degli enunciati artistici, quanto per il carattere evocativo assunto dal manufatto, tale da far risalire l'osservatore dalla fisicità dell'invenzione alla sensibile realtà del processo mentale.
In una lettera recente, Simona Weller, nel descrivere le ultime ricerche, parla di ricomparsa di elementi figurativi, di scritte leggibili e parole asemantiche, a brandelli di immagini che diventano scrittura e a scritture che divengono brandelli di immagini, a una sorta di codice cifrato dell'inconscio, i cui archetipi sono presi dalla "grande pittura" e dalla "grande poesia".
Quale sia l'ambiguità racchiusa in queste composizioni non è facilmente determinabile, ma appare legittimo chiedersi se la consapevolezza critica possa definire il limite del sistema, riducendo la creatività a nostalgia, a suggerimento di lettura, a occasione magari necessaria per interpretare una poetica che va al di là della nuda apparenza per osservare ed esaltare non solo le valenze architettoniche o d'impaginazione, ma soprattutto quelle musicali e pittoriche.
La consapevolezza di un "normale-quotidiano", che Renato Barilli indicava come punto d'arrivo dell'indagine sulla scrittura, è per l'artista punto di partenza, avvio a una esplorazione del possibile, avventurosa e rasserenante.
Scrive Roland Barthes che "un'immagine non costituisce da sola l'immaginario, ma l'immaginario non può essere descritto senza tale immagine, pur gracile e solitaria che essa sia": Simona Weller nelle sue estrapolazioni usa una grammatica di segni e una cromia elementari, di supporto a un fare eloquente, anzi trasparente, la cui duttilità esalta le esigenze formali del dipingere e, soprattutto, evidenzia i valori di una personale scrittura che sembra colmare agevolmente la distanza riscontrabile tra pittura e letteratura. "Per gli eletti", affermava Oscar Wilde, "le cose belle significano soltanto bellezza"; per chi, come noi, è nato in tempi più bui, assumono un significato esistenziale, una interpretazione quasi escatologica del principio dell'arte-vita, un fatto che ingloba illusione e realtà; per la giovane pittrice romana sono un'affermazione luminosa, un'analisi liberatoria, un contributo privato per vivere il sociale.

Macerata, Maggio 1980

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Bruno Lorenzelli - 1981


Conversando con Simona Weller

B.L. - Quale artista romana, di nascita e di formazione, come spieghi il fatto che la critica italiana sia concentrata praticamente a Roma?
S.W. - È una domanda che, spesso, a Milano mi fanno in molti. Maliziosamente direi. Forse sanno già la risposta e vogliono una conferma alla loro idea di amore-odio per la capitale. L'idea da confermare è che siccome siamo tutti scontenti del comportamento della critica ufficiale e siamo tutti scontenti della classe politica e poiché la classe politica e la critica ufficiale vivono e operano nella stessa città, un collegamento ci deve pur essere… Naturalmente c'è, sembra quasi ovvio ripeterlo, ma forse ancora qualcuno lo vuol sentire. "Il potere logora chi non ce l'ha" ha detto un noto politico e potrebbe essere il motto dei critici romani. Tutto quello che a Milano si pensa di Roma è vero. È vero che c'è corruzione, cultura da sotto governo, avidità e miopia storica. Che questi critici sono dei burocrati, dei carrieristi, dei paranoici… "Il pettegolezzo a Roma diventa maldicenza" mi diceva Lea Vergine e potrei sottoscriverlo…
B.L. - E "l'idea d'amore" per questa città così "puttana", in che cosa consisterebbe scusa?
S.W. - Secondo me è latente in tutti quelli che stanno "fuori" e magari ha radici antichissime in un inconscio collettivo che abbraccia l'impero romano e la caricatura che dell'impero romano fece il fascismo… Poi, perché questa maledetta città è maledettamente bella, piena di colore, di fantasia, di gioia di vivere, di gente di tutte le razze… Capisci… Qui succede di tutto, ogni giorno, siamo sempre sotto shock, però i pini marittimi di un verde intenso che si ritagliano contro un bel cielo privo di nuvole non sono solo "quello che io vedo dalla finestra del mio studio", ma anche l'immagine rasserenante di una cultura visiva che continua con me… Dopo Balla, dopo Severini, dopo Boccioni, dopo Mafai e Raphaël, dopo Capogrossi, dopo Dorazio, dopo Accardi… perché non ci si chiede come mai, persino De Chirico è tornato a morire qui?
B.L. - Ma se questa città è, nonostante tutto, così seducente, perché siete tanto preoccupati, voi artisti romani, per l'ascesa delle nuove leve della pittura. Sanno forse "pittare" meglio di voi?
S.W. - Se sapessero "pittare" come dici tu, penso che, magari a denti stretti, ci rassegneremmo umilmente a vederli entrare nell'arena… Ma, (mi riaggancio alla miopia della critica romana, poiché l'operazione parte da qui, coinvolgendo i mezzi d'informazione come per un lancio di nuovi saponi come non si era visto negli ultimi vent'anni) il guaio è che si stanno gonfiando personalità che non hanno neanche il fiato per salire le scale di casa loro… Ti ricordi la moda del "sei politico"? Adesso anche nell'arte, come dodici anni fa nella scuola dell'obbligo, si vuol premiare la mediocrità, la grossolanità, l'incapacità… Con la sostanziale differenza che se è stato "politico" un acculturamento indiscriminato, mi sembra un flagello questo reclutamento di mediocri per fare "situazione nuova". Ancora una volta "il mostro" fa notizia…
B.L. - Ma allora nel clima di una città degradata, non sostenuta dal mercato, priva di una critica intelligente e attenta, come fanno a vivere e soprattutto a lavorare gli artisti?
S.W. - A volte penso che o siamo dei giganti o siamo dei masochisti. Penso che se anche alla Galleria d'Arte Moderna di Roma non ci sono né quadri importanti di De Chirico, né quadri importanti dei futuristi, a New York ci sono e molto più visti che qui. Penso che questi nani che si affannano per anteporre la loro impotenza grottesca (di vedette da avanspettacolo) al lavoro serio, creativo degli artisti, di fronte alla storia faranno la figura che meritano (a parte che i musei insegnano che di loro non resterà traccia…) quella di tutti gli "anonimi stronzi" che hanno sempre finto di ignorare chi abitava al piano di sopra… e, magari, era Balla…
B.L. - E tu?
S.W. - Io… riderai, ma reclamo il diritto di dipingere bene, di avere la libertà di esplorare il bello quanto mi pare, senza dita puntate come si usa nel nostro paese…

Milano, Marzo 1981

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Enrico Cocuccioni - 1983


Conversando con Simona Weller

E.C. - Mi sembra che il tuo lavoro attuale rappresenti un momento di sintesi e di ricognizioni. Si potrebbe parlare forse di una svolta?
S.W. - Sì, effettivamente ora adopero tutti i miei simboli. "Miei", perché attinti al mio inconscio, al mio vissuto, alla mia cultura. La mostra è intitolata "Il segno è l'esemplare parlato", da una frase di Gertrude Stein, scrittrice, nonché teorica dei cubisti; altre sue frasi hanno ispirato anche i titoli dei quadri. Mi sembrano perfette, evocative, magiche per quello che ho voluto dipingere: "Chiamata un po' qualsiasi cosa rabbrividisce…".
E.C. - E sei d'accordo sulla svolta?
S.W. - Certo, ho la consapevolezza che mentre in passato "cercavo, ora ho trovato" e mi piace che tu parli di sintesi. Sento il mio lavoro, pur così denso e ricco di citazioni, simile ad un fiume (lo stesso della pittura, lo stesso della vita), in cui ho imparato a nuotare. Ma, come diceva Picasso, considero il lavoro della pittura un'autoterapia e quindi diciamo che esso serve soprattutto a me. Certo, può aiutare anche altri scatenandogli risonanze particolari o possibilità d'identificazione; questo chiaramente, mi fa piacere. Esattamente come fa piacere ad uno scrittore avere la capacità di toccare la sensibilità di un lettore, così emoziona me aggiungere un occhio alla sensibilità di un altro.
E.C. - Ritieni, dunque, di aver raggiunto una maturità creativa?
S.W. - Spero, poiché credo che la maturità di un pittore si riveli quando la sua padronanza dei mezzi, umani e pittorici, diventa una cosa sola con la "creazione" (fatto questo che nulla ha da spartire con la più generica "creatività").
E.C. - Esiste una differenza, secondo te, tra creatività e creazione?
S.W. - Forse la stessa che esiste tra critico ed artista… Creativo può essere chiunque adoperi fantasia e talento, intuito e curiosità per arricchirsi la vita, per amare il proprio lavoro. Il processo della creazione, invece, è una lunghissima paziente ricerca, simile credo a quella scientifica, che può procedere per approfondimenti, rivoluzioni, invenzioni, ma che diventa "utile", solo se è capace di far rifiorire un ramo apparentemente inaridito, o di generare un nuovo albero da una piccola talea. Per albero, intendo, metaforicamente, questa grande quercia che sopravvive ai secoli col nome di Arte.
E.C. - È possibile, dunque, trovare un criterio critico per separare l'espressione in generale dall'arte in particolare?
S.W. - Cercando d'identificare le varie fasi di quel delicato processo che ha come risultato la creazione, forse ci si può avvicinare… Pensa, ad esempio, a quanto è naturale immaginare come prima fase, l'ispirazione! Io concordo con Severini, quando diceva che "l'ispirazione bisogna essere pronti a riceverla". Dietro l'ispirazione esiste già un coagulo di dati, fatti, informazioni, una decantazione di emozioni che scattano solo ad un certo momento. E quel momento è già una fase, come una terza potrebbe essere quell'imponderabile meccanismo che forse per associazione d'idee, ti fa intuire il risultato esatto nella composizione di un'opera (che infatti, non potrebbe mai essere diversa da quella che è…). Una quarta fase, riguarda poi, certamente, il coraggio o la necessità di misurarsi con l'esterno, esponendo i propri "risultati"… Ma se ne può individuare ancora una: la quinta, quella che interessa la sfera dei sentimenti, perché bisogna avere una fermezza, una tenacia, una forza non comuni per credere nel proprio lavoro a dispetto delle mode, dei terrorismi culturali, dell'ossequio al potere e (diciamolo almeno una volta!), a dispetto del fatto di essere donna.
E.C. - A proposito di mode, trionfa oggi una sorta di "pornografia della pittura"; qual'è la tua opinione su questo prepotente sovrapporsi dell'Immagine ad una dimensione orizzontale meno appariscente, ma forse più critica e costruttiva?
S.W. - Penso, che nell'accadere artistico possano coesistere vari fatti, anche se continua a ripetersi, vuoi per strategie mercantili, vuoi per strategie politiche, un atteggiamento settario, separatista, fazioso, che non giova ad una fertile circolazione di idee. Eppure le tendenze più opposte hanno spesso percorso binari paralleli. Il tempo, poi, dimostra che i gregari, i conformisti si sono spesso autocancellati, e che le pers