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Dichiarazioni di Poetica
"Uscire dall'infanzia
dell'arte"
Parlando con gli amici dei quadri esposti alla X
Quadriennale, mi son sentita dire: "Mi è
piaciuto quel prato
Mi ha colpito quella lavagna
Mi è piaciuto quello tutto scritto e poi
cancellato con quelle accensioni e la parola RIFARE
in fondo
Mi è piaciuto quello che c'è
scritto corvo in nero e grano in giallo che poi
la parola corvo finisce su un fondo azzurro che
sembra acqua, invece c'è scritto cielo, era
acqua o cielo? Ha vedi che avevo capito! Ma la lavagna
come l'hai fatta, con l'acrilico? Quello verde mi
ricorda un quadro di Balla divisionista
".
Quest'ultima frase non la trascrivo per vanità,
ma perché è quella che più
si è avvicinata alla mie intenzioni.
Quando un anno fa mi presentai a Roma con una mostra
di pittura-scrittura nata da una ricerca sui modi
di espressione del mondo infantile, non immaginavo
che proprio da quel ricominciare dall'inizio quasi
mimando una mia creatività infantile e quasi,
quindi, non avessi mai dipinto prima, sarebbe nato
questo attuale, ironico e in un certo senso disperato
modo di riproporre pittura pura.
Vivere dentro la cultura è certo ben diverso
che inseguire fantasmi e germogliare di cose in
un posto chiamato Colle Nibbio; ho avuto la possibilità
di misurarmi, di avere punti di riferimento, di
scegliere quello che sentivo più giusto per
me. È stato così che scrivendo, scrivendo,
l'estate scorsa a Calice Ligure, ho scritto erba
pensando a SEURAT, mare pensando a MONET, grano
pensando a VAN GOGH. Non rinunciavo però,
ancora, alle lavagne dei bambini, ai loro quaderni,
alla loro libertà d'invenzione, al gusto
di buttar giù una parola scarabocchiata,
un po' misteriosa e un po' rivelatrice, cose che,
per me, rappresentavano la libertà di fronte
alla tela come mostro, la gioia di avere finalmente
il coraggio di fare quello che non avevo mai avuto
il coraggio di fare: infischiarmene del bel disegno,
della bella materia, della bella pittura.
Questo è stato il periodo degli esercizi,
dei temi, delle lavagne di appunti veloci per il
quadro che realizzavo accanto alla lavagna stessa,
a dittico o addirittura a trittico (progetto, quadro
sbagliato, quadro definitivo) quasi volessi rimandare
il momento in cui sarei dovuta uscire "dall'infanzia
dell'arte".
Le tele adulte, sono venute naturalmente, subito
dopo, e la "bella pittura" è riesplosa
come una passione maturata tra le difficoltà.
Così il quadro in cui è scritto erba,
erba, erba, con un sovrapporsi di scrittura, colore-luce,
di tipo divisionista, è sembrato a molti
osservatori un prato.
Adesso, però, sto facendo dei quadri che
già vorrei fossero diversi.
L'esperienza del segno libero, dello scarabocchio
catartico mi è troppo presente come nostalgia
mentre lavoro in questo modo frenetico al limite
della nevrosi, per questo scrivo e cancello, cancello
e scrivo, perché spero che sia questo il
mio nuovo mezzo di sentirmi libera di fronte alla
gioia del fare.
Roma, Maggio 1973
"Diario al Muro"
Non più di
una cartella. Cinquanta centimetri per cinquanta.
Sette quadrati per sette anni. Sette anni di diari
dipinti, cancellati, riscritti, sette anni di rotoli
di tele e di parola, di "scarpe consumate e
fiasche di lacrime versate".
Dal profondo della coscienza, dal profondo dei sogni,
risalgono immagini e parole, galleggiano come detriti
su fondi neri e su fondi bianchi. Un giorno qualunque
scopro che possono diventare forme animate, magari
bianche, magari con le ali
gabbiani che si
fanno portare dalla corrente del fiume, a pelo d'acqua,
lentamente fino al mare
E tutto rientra nel
grande quadro: la crudeltà quotidiana, l'indifferenza,
un amore inafferrabile tra una parola e l'altra,
una disperazione congelata, da supermercato.
Incredibilmente l'inventario può salvarci,
è la memoria di quello che abbiamo perso
e di quello che resta. Perentoriamente ci viene
incontro dal fondo di un quaderno o di un foglio
quadrato, cinquanta per cinquanta, magari in basso
a destra, sul muro.
Le frasi sono state copiate, sentite, trovate. Non
tutti le capiranno, forse sono per persone inventate
o per persone che non esistono più. Messaggi
lasciati accanto al telefono di precedenti inquilini,
da amici sconosciuti, da persone incontrate in treno,
da portieri in attesa del calcio di rigore
Un grande puzzle con labili indizi di esistenze
precarie
il fumo della sigaretta, tandis que vous vous
sentez coupable.
...Il giorno dopo. L'eternità? Mattina stemperata
nel sole.
Se coucher ensemble, cela était beau,
le paysage était beau.
...Una strada in salita che non porta da nessuna
parte.
In cima una torre tagliata a metà.
Mi vantavo di possedere tutti i paesaggi possibili.
Ho fatto il ritratto del dottor Gachet, i primi
di giugno del 1890.
Ho passato il giorno di San Valentino con un artista
vestito di nero, un tipo tetro e persino severo
e poi, chi ha detto che trovava ridicole le celebrità,
le avventure galanti, i libertini innamorati?
A me, la storia di una delle mie follie.
Inventai il colore delle vocali: A nero, E
bianco, I rosso, O blu, U verde.
Tornino i tempi andati dei giorni innamorati.
Tu, da sempre arrivata che te ne andrai dovunque.
Roma, Febbraio 1979
"Nessuna onda può
pettinare il mare
"
Nessuna onda può pettinare il mare
è il frammento di una poesia di Dylan Thomas
che da mesi mi buca l'anima.
Forse il caso che ogni giorno mi ha spinto al mare
(un anno straordinario di lavoro). Ogni mattina
un'alba livida o splendente a sorprendermi, ad aggredirmi
davanti a quella distesa di acqua-luce-colore.
Ogni mattina alzarsi nel buio, allontanarsi dalle
forre e dalle rupi che circondano la mia casa, ogni
mattina quella sorpresa, quella nostalgia, il rimpianto
per i quadri di su per il mare che hanno accompagnato
tanti anni della mia vita di pittore.
Il mare è lontano da casa mia un'ora, quasi
due, per avvicinarlo guido in silenzio per un'ora,
a volte due, la campagna è grigia, poi verde,
poi gialla, secondo le stagioni e quell'azzurro,
dopo, mi arriva sfibrato dalla luce e dalle ore
ogni volta come un volto nuovo.
La campagna è quieta, uguale a se stessa
per giorni e mesi, il mare non è mai uguale
da un'ora all'altra, la sua pettinatura varia secondo
una corrente, un colpo di vento, una vela, un'ala
di gabbiano.
Nessuna onda riesce a dargli un assetto definitivo,
a districarlo, a placarlo, a domarlo, a intimidirlo,
ma, un'onda può amarlo, carezzarlo, conoscerlo,
percorrerlo.
Con furia o con dolcezza fino alla propria fine,
a quella spumeggiante (invidiabile!) fine.
Un giorno, la passione per il verso di Thomas si
era fatta più violenta, cominciai ad inserirlo
qua e là in un quadro, in uno schizzo, in
un acquerello il verso e la sua immagine analogica,
il colore e la sua memoria, la sua ombra.
Come quando non ti ricordi una parola, un nome che
devi citare a qualcuno e la parola, proprio quella,
affiora a distanza di tempo e di spazio così
è arrivato anche il tempo che ho capito il
perché di quell'ossessiva attrazione.
Nessun quadro può "pettinare"
la pittura
Poi la scoperta che il mio nome, in tedesco, vuol
dire fabbricante di onde. Fabbricare onde perché?
Per cercare di pettinare il mare?
Abbiamo detto che nessuna onda può, anche
se, nella condanna o nel gioco di ripetersi, per
amore o per scherzo, per odio o per paura, lo tenta
all'infinito.
Penso al mio dipingere un quadro dopo l'altro, un
anno dopo l'altro, come ad un'onda che spinta dal
vento si formi e si riformi.
Il mare resta là, come l'arte, come la pittura,
pronto a cambiare, ma al tempo stesso immutabile.
Al contrario dell'onda, io so che non posso cambiare
il mare, la pittura, l'arte, ma, esattamente come
l'onda percorrerò il mare, la pittura, l'arte
fino a quella spumeggiante e (mi auguro invidiabile)
fine.
Calcata, Luglio 1985
"Il fuoco nell'acqua"
Simona Weller, lei che si esprime con la pittura
e la scrittura, con quale dei due mezzi ritiene
di comunicare meglio?
Domanda postami un pomeriggio di domenica, del novembre
del 1995, da una sconosciuta, socia di un circolo
culturale di Pescara.
Mi capita sempre più spesso di essere invitata
a raccontarmi. Credo sia una conseguenza del tempo
che passa e delle mie numerose "militanze".
Così a Pescara posso essere una scrittrice
esordiente, a Modena una pittrice affermata, a Verona
un critico impegnato nella Teoria della differenza
del segno femminile nella creatività...
Alla signora di Pescara ho risposto che la scrittura
ha la capacità di penetrazione e di diffusione
che la pittura, anche quella dell'Ottocento, non
ha. Un piccolo libro, stampato in mille copie, segue
percorsi che si moltiplicano come i cerchi di un
sasso in uno stagno. Parla, dialoga, quindi comunica
con molta gente. A un quadro, esemplare unico, non
accade mai. Non accade nemmeno a mille quadri di
uno stesso autore. Un artista che, magari, espone
a Roma, vende a Parigi, esporta a New York, seguendo
un itinerario sconosciuto al grande pubblico. Un
quadro, anche il più celebre e celebrato,
non lascia tracce dietro di sé. Tranne, ovviamente,
nel mondo degli addetti ai lavori. Quella sorta
di setta internazionale, in cui interessi economico-politici
sono mal miscelati con quelli culturali. Ma questa,
è un'altra storia.
Se la scrittura ha dunque una maggiore risonanza
della pittura, resta comunque il problema della
comunicazione. Cosa può comunicare
un quadro di diverso da un libro?
Se escludiamo la propaganda ideologica, quel certo
impegno che negli anni Sessanta-Settanta esaltava
pessime opere di pessimi artisti; se scartiamo il
realismo femminista, altro equivoco che ha
maciullato il talento di tante ingenue dilettanti
di provincia, non resta che la memoria della propria
storia.
Calma! Non pensate subito che io voglia dipingere
una saga di famiglia: ritratti di antenate, storie
di nonne cui è stato impedito di suonare
o dipingere.
La memoria è la prima radice della pittura
contemporanea. Intimamente legata alle scoperte
della psicanalisi. All'inconscio, al sogno, al simbolo,
ai fatti della vita. Il particolare per l'universale.
Questo intendo per memoria. Laddove uno slogan femminista
degli anni Settanta, diventa improvvisamente rivelatore.
Il privato è politico? Credo proprio
di sì. Il mio privato è la storia
di un apprendistato alla coscienza. La storia di
un conflitto irrisolto tra una visione romantica
dell'artista e un Sistema spietato. Un Sistema che
ribalta tutti i valori, tutte le certezze, di un
giovane che ha creduto nell'arte. Illuso di potersi
esprimere, e convinto di partecipare con il proprio
talento alla costruzione di un tratto di strada
della Storia umana.
Con l'incoscienza e l'arroganza della giovinezza,
una via di mezzo fra Don Chisciotte e Giovanna d'Arco,
ho bussato trent'anni fa alle porte del tempio
Un capolavoro al giorno toglie il critico di
torno cantavamo al Giamaica di Milano alla fine
degli anni Sessanta.
Gli amici di allora mi avevano avvertito. Per tutta
la vita avrei dovuto dimostrare di essere un pittore.
In effetti la strategia è quella di logorarti,
di farti ricominciare sempre da capo. Un modo come
un altro per eliminare i deboli.
Che io sia una vincitrice?
Forse lo sono perché ho lavorato senza committenza,
ribelle al terrorismo della critica e della moda,
perché ho dipinto sempre, senza inflazionarmi,
crescendo su me stessa, rinnovandomi.
Ecco dunque a proporvi una pittura nuova, anche
se ancora legata alla scrittura. Una scrittura di
rilievo, come travolta dai quattro elementi.
Come si fa uno di questi quadri?
Si lavora la materia rendendola molle come argilla.
Si lavora in tensione perché ogni segno,
deve conservare una sua coerenza strutturale.
Per ottenere questo, penso al frammento di una parola,
una delle mie parole come mare, onda, erba, alba.
Ciò mi permette di non rendere mai ripetitivo
il segno, di non trasformarlo in modulo, ma di dargli
la stessa elasticità di una grafia, la stessa
variabilità di un'onda.
I quattro elementi sono sempre stati presenti nel
mio lavoro. Ora però sono riuscita a farli
convivere tutti insieme inventando una tecnica mia.
A volte è il vento che dà aria al
quadro, altre è l'acqua a creare l'effetto
pioggia, altre ancora il fuoco a bruciare il segno
fino ad accartocciarlo, altre ancora è la
terra, l'idea della terra arata, a entrare nel quadro
come un solco.
Quando sono nel mio studio mi sento ribollire come
un vulcano. Lavoro in trance fino ad essere esausta.
La sera quando mi chiudo la porta alle spalle non
penso più ai miei quadri. Mi immergo in ciò
che mi circonda, i dintorni di Calcata. Il verde
dei boschi, il rumore del torrente, il sole che
sale e scende dietro la collina, la luna che racchiude
il borgo in una rete incantata, i ricordi che vanno
e vengono come uccelli notturni. E a volte ti sfiorano
con un senso di freddo, altre di caldo.
La mattina quando riapro la porta, i miei quadri
sono là, che mi guardano da un'altra vita.
Mi appaiono bellissimi o bruttissimi. Quelli bruttissimi
vengono subito affrontati come nemici. Ricomincia
una lotta corpo a corpo, finché il colore
torna a cantare e la struttura funziona. Per struttura
intendo lo spazio che il quadro cattura e quello
che rifiuta. L'aria che c'è intorno e l'ombra
portante, i raccordi fra toni caldi e toni freddi.
È una mia ambizione rendere ogni quadro che
esce dallo studio, croccante come pane appena sfornato,
e come il pane, caldo.
Il forno e il pane; la pittura e la donna; forse
in questi binomi è racchiuso il mistero del
vitalismo sensuale che ispira la mia natura e il
segno della mia differenza.
Quando lacero e strappo, quando raccolgo intorno
al mio segno accartocciati colpi di vento, non penso
a Lucio Fontana, ma ad Artemisia Gentileschi.
Sento il furore con cui la grande pittrice caravaggesca
rivela nelle sue opere quanto può essere
feroce una donna artista, quando è costretta
a sopravvivere.
E, scusate l'enfasi!
Roma, Dicembre 1995
"Lettere a Van Gogh"
Ho sempre avuto un amore irrazionale per il gesto
di scrivere, prima che per quello di disegnare.
Ero affascinata dalla scrittura di mia nonna e di
mio padre, inclinata verso destra, colorata di azzurro
o verde. Non sapevo ancora leggere (cosa che però
imparai a fare a quattro anni) quando presi in mano
una penna con pennino, la immersi in una boccetta
di inchiostro verde e riempii con voluttà
i fogli di un quaderno dalla copertina nera. Graffiavo
segni bizzarri, inclinati diligentemente verso destra,
come nella scrittura degli adulti. Ero convinta
di scrivere tutto ciò che oggi penso e so
esprimere e mi bastava. Durante la vita adulta ho
sempre scritto lettere a tutti per capirmi e per
capire, per consolarmi e per consolare. Nel mio
archivio conservo centinaia di lettere scritte a
mia madre durante gli anni del collegio. Foglietti
strazianti, decorati da un inchiostro azzurro sbavati
di lacrime e piccoli disegni ingenui.
Poi, dopo gli anni di Accademia e di apprendistato
alla pittura, ho ritrovato e fatto mia la poesia
delle pagine di quaderno e delle lavagne infantili.
Però ero ormai acculturata e dipingendo mi
fingevo bambina come da bambina mi ero finta adulta.
Dunque, la bambina degli anni Settanta dedicava
a van Gogh le sue tele gremite di una scrittura
colorata, tessuta di parole come grano, corvo, cielo;
oppure tele a fondo nero come le lavagne in cui
era scritto:
Tema: dipingi un campo di grano con volo di corvi.
Ma come tutto ciò che si trova per caso e
non si è faticato a cercare, non apprezzai
quell'intuizione e non vi lavorai quanto avrei dovuto.
Dovevo continuare la mia corsa verso una ricerca
i cui traguardi erano sempre spostati in avanti.
Nel duemila ho conosciuto Ronald de Leeuw, attualmente
direttore del Rijksmuseum ma precedentemente direttore
del Van Gogh Museum. Ronald mi ha regalato i libri
che lui ha scritto raccogliendo le lettere di Vincent
al fratello Theo o persino le lettere scritte dagli
amici dopo la morte di Vincent. Leggendo quelle
lettere così ricche di sfumature e di poesia,
gremite di suggerimenti sulla vita e sulla pittura,
mi è tornato l'istinto imitativo dell'infanzia.
Così sono nati, insieme ad una nuova amicizia
(con Ronald), questi nuovi quadri (per Vincent).
Il fondo è di un azzurro pallido come l'antica
carta da lettere. Ci sono sbavature, cancellature,
sovrapposizioni di frasi e immagini come accade
in un notes o in una lavagna. Naturalmente poi c'è
van Gogh. Simbolo di tutti quegli artisti che lavorano
in silenzio, credendo nella pittura, proteggendosi
dai clamori dell'ufficialità. Naturalmente
poi ci sono io. Una vecchia bambina che dopo trent'anni
riprende un lavoro lasciato incompiuto, dandosi
il diritto di apprezzare l'importanza della propria
invenzione. In alcuni quadri infatti troverete scritto
un "bene" o "brava"... Così,
tanto per autoincoraggiamento...
Calcata, Marzo 2003
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